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Manciano
L'ANTICA
ROCCAFORTE
Il borgo medievale di Manciano, arroccato sulla cima di un colle a 450 metri sul livello del
mare, difeso da solide mura medievali, domina il territorio dell'entroterra
maremmano fino alla costa. La posizione eccellente per gli avvistamenti, rivela
la grande importanza strategica che la città ebbe come osservatorio e punto di
vedetta sin dall'epoca della potenza aldobrandesca del 1200, che in Manciano
aveva uno dei suoi numerosi castelli-roccaforte. I ritrovamenti archeologici
nel territorio di Manciano dimostrano che la valle del fiume Albegna fu abitata
anche in epoca pre-etrusca. Alcuni tra gli insediamenti meglio conservati e di
maggiore interesse sono quelli delle necropoli di Marsiliana e Pian di Palma,
dove sorgeva l'antica città etrusca di Caletra. La città raggiunse un alto
grado di sviluppo e fu in stretti rapporti con gli altri centri etruschi come
Vulci, Roselle, Vetulonia.Con l'occupazione romana, successiva alla decadenza
della civiltà etrusca, la città e il territorio continuarono a crescere sotto
il governo della Gens Mancia, cui il borgo deve il nome attuale. Il primo
documento nel quale si fa espressamente menzione di Manciano è un contratto del
1200 del marchese Lamberto Aldobrandeschi: all'epoca è infatti noto che la
famiglia senese degli Aldobrandeschi innalzò o rafforzò la maggior parte dei
numerosi castelli della valle dell'Albegna, dominando la zona dall'Amiata fino
al Mare.Manciano, come centro abitato, sorse presumibilmente verso la fine del 1200
sotto la dominazione aldobrandesca, periodo in cui furono costruite le mura. Il
borgo fu costruito lontano dalla palude, - costituita dai resti dell'antico
lago Prile - che allora ricopriva la pianura maremmana, infestata dalla
malaria. Sul punto più elevato del colle, intorno alla metà del 1300, fu
costruita un'imponente rocca, il già citato Castello degli Aldobrandeschi.
In
seguito, il borgo fu conteso tra il comune di Orvieto e i conti Orsini di
Pitigliano e successivamente tra questi ultimi e la Repubblica di Siena, che a
metà del 1400 ampliò il castello aldobrandesco e la cinta muraria. Il borgo fu
definitivamente attribuito agli Orsini, che dovettero comunque riconoscere
l'alto dominio senese sul territorio. Nella seconda metà del 1500, con l'annessione
dello Stato di Siena al Granducato di Toscana, Manciano andò a formare la
Podesteria di Saturnia e Capalbio. Il borgo continuò a crescere in dimensioni e
ricchezza e divenne un centro agricolo di notevole importanza.
Con la Riforma municipale settecentesca di
Pietro Leopoldo di Lorena, che portò al raggruppamento di numerose comunità e
di alcuni centri minori, Manciano - con i suoi circa mille abitanti - rimase
tra i borghi più grandi e importanti della Maremma grossetana. La sua felice
ubicazione, al centro di una fertile campagna e di un'arteria stradale di
rilievo, furono i fattori che giocarono sempre nella storia a favore dello
sviluppo della città.
ARTE
E STORIA
Nel
centro storico di Manciano, oltre ai resti della cinta muraria, svetta il Cassero
senese dalla cui terrazza è possibile godere di una stupenda vista
panoramica vicino alla bellissima fontana liberty del 1913, opera del
Rosignoli, da cui sgorga l'acqua del vicino fiume Fiora. Accanto alla piazza si
trovano i giardini pubblici, che ospitano il monumento Pietro Aldi, nato a
Manciano nel 1852. Un importante opera di questo pittore "Il Giuramento Di
Ghino Di Tacco", è conservato nei locali del Comune, dentro il Cassero.
Il duomo di S. Leonardo, custodisce un dipinto del santo del 1894, opera
di Paride Pascucci. Proseguendo per i caratteristici vicoli del centro storico
si giunge ad una delle porte della antica cinta muraria, Porta Fiorella,
chiamata "La Porticina", sopra la quale è collocato un pregevole
stemma del paese. A fianco della porta sorge un massiccio torrione cilindrico,
anticamente una delle torri del paese.
Pietro Aldi:
Pietro
Aldi nacque a Manciano nel 1852 e vi morì nel 1888. Tra le sue opere più
conosciute vanno ricordati i grandi affreschi risorgimentali nel Palazzo Pubblico
di Siena, appena ultimati al momento della sua morte, e il quadro
"L'Incontro di Teano".
La
vicenda creativa di Aldi può essere ricondotta nell'ambito della pittura
storica, intesa come rivisitazione di eventi reali; una pittura di matrice
purista sulla base dell'esempio del maestro Luigi Mussini. L'interesse di Aldi
è diretto verso la storia intesa come simbolo dell'epica e del prestigio
nazionale. In particolare la sua pittura si è concentrata sulla storia
medioevale, con la sua remota identità comunale e feudale, e sulla storia
contemporanea del Risorgimento Italiano.
La sua
intenzione di rappresentare la realtà sociale che lo circonda viene espressa
anche da una serie di ritratti rappresentanti i più importanti esponenti della
locale borghesia intellettuale. Pietro Aldi può essere considerato come
l'ultimo grande esponente della pittura storica in Italia e le sue opere oggi
sono disseminate in chiese, musei e abitazioni private di tutta la Maremma e
oltre. La sue creazioni paesaggiste - tra cui i più bei luoghi della Maremma -
costituisce la prova di come egli non fosse completamente estraneo al movimento
"macchiaiolo" e ai suoi metodi costruttivi, seppure evidentemente
circoscritti ad un'intima e privata esperienza artistica personale. Museo di
Preistoria e Protostoria:
Il Museo
di Preistoria e Protostoria di Manciano, fu inaugurato negli anni '70 grazie
all'iniziativa di privati cittadini e dell'allora sovrintendenza
all'archeologia della Toscana, con il contributo del Comune di Manciano e dalla Regione
Toscana. Il Museo raccoglie le testimonianze preistoriche e protostoriche della
valle del Fiume Fiora e gli oggetti esposti provengono dalle ricerche
archeologiche effettuate nel territorio a sud di Grosseto.
A distanza di 12 anni dall'inaugurazione del museo, è stato possibile
completarne l'allestimento secondo il progetto iniziale con l'acquisizione di
due locali dedicati all'esposizione e di tre locali al piano terreno. Sono
state così create una sala dedicata alle esposizioni temporanee, una videoteca
e una biblioteca attrezzata per ospitare gli ulteriori ritrovamenti provenienti
dai continui scavi effettuati sul territorio, oltre ad un aggiornato sistema di
informazione multimediale.
Il museo
ospita ritrovamenti della tarda età del Bronzo, di epoca etrusca, romana fino
al tardo medioevo.
FRAZIONI
Montemerano:
Il paese di Montemerano sorge sulla sommità di una collina ricoperta da
maestose piante secolari di olivo, coltivazioni tipiche delle colline toscane.
Il
Centro Storico, uno dei più interessanti ed attraenti della Maremma, è composto
da una parte più antica, il Castello, tipico esempio di abitato altomedioevale,
ed una più bassa e più recente, risalente XIII sec., sviluppatasi ai lati di
due vie che girano tutt'intorno al Castello, congiungendosi dove si aprono le
due Porte cittadine.
La Chiesa Parrocchiale, dedicata a S. Giorgio, patrono del paese,
architettonicamente molto semplice, è una delle più interessanti della Maremma
per la ricchezza delle opere al suo interno. Gli affreschi riscoperti da un
recente restauro sono attribuiti al senese Andrea di Nicolò, che operò a Siena
e Massa Marittima. Tra i dipinti ricordiamo il Polittico del 1458 del maestro
senese Sano di Pietro, in cui sono raffigurati la Madonna, S.Giorgio, S.
Lorenzo e S. Antonio da Padova, nonché la Tavola della Madonna della Gattaiola
- così chiamata perché la tela presenta un curioso foro - di un anonimo maestro
di Montemerano di scuola senese. Nella chiesa sono custodite inoltre una statua
lignea di S. Pietro e una dell'Assunta, attribuite al Vecchietta e un
Tabernacolo, di legno scolpito e dorato.
Saturnia:
La
nota località turistica e termale sorge in una zona abitata almeno dal XII
secolo a.C., ovvero dall'epoca tardo Villanoviana. Sono infatti attribuibili a
questo periodo la cinta muraria e la necropoli del Puntone.
Saturnia
fu fondata dagli etruschi nel VII secolo a.C. Situata lungo la via Clodia, Saturnia fu per lungo tempo una
prefettura romana di notevole importanza. In questo periodo la città assunse
caratteri precisi, interessando a poco a poco l'intero pianoro di travertino.
Al centro il foro, ai lati il tempio di Saturno e gli edifici pubblici di cui
ai giorni d'oggi rimangono alcuni tratti di mura, le basi di qualche edificio e
i resti delle fondazioni di un complesso termale conosciuto come "bagno
secco". Nelle vicinanze dell'abitato, in una verde piana circondata da un
anfiteatro di colline spiccano, immersi in una cornice di riposante silenzio,
gli edifici degli stabilimenti termali e non molto lontana la cascata termale
del Gorello. Alla sorgente, l'acqua prorompe in superficie al ritmo di
ottocento litri al secondo e alla temperatura costante di 37,5° C e va a
formare un rivo caldo, il Gorello, che scorre nella pianura e precipita in
cascata; concluso il salto l'acqua defluisce verso il torrente Stellata e
finisce poi nel fiume Albegna. L'opera dell'uomo ha inoltre ricavato dal
cratere principale un piccolo lago, dal quale l'acqua raggiunge le piscine
dello stabilimento termale "Terme di saturnia", dove le sue proprietà
terapeutiche vengono sfruttate per scopi preventivi e curativi di una vasta
gamma di patologie.
Poggio
Murella:
Il
paesello è composto da nove borgate, di cui le più caratteristiche e più
vecchie sono "il Poggetto" e "la Torre". Dall'alto della
collina si vedono il Monte Labbro, dove Davide Lazzaretti costruì la sua
chiesa, e la Croce sulla cima del Monte Amiata. Nelle belle giornate si possono
vedere la catena appenninica, il faro di Civitavecchia, e le isole
dell'Arcipelago Toscano, fino alla Corsica. E' interessante visitare il
grandioso Castellum Aquarum, antico serbatoio di raccolta delle acque, unico in
Italia, con una torre e una volta romana in pietra, sulla quale fu costruita un
casa colonica.
Il paese
è rinomato per la tranquillità, la pace e il silenzio che vi regnano e per
l'ospitalità spontanea e sincera dei suoi abitanti. Da non dimenticare il Museo
della Banda Musicale, dove sono raccolti i cimeli della Banda in un locale un
tempo adibito a lavatoio.
S.Martino sul fiora:
Del
passato antico di questo paese rimangono oggi importanti testimonianze, tra cui
la necropoli con tumuli risalenti al periodo etrusco ed i ruderi di un convento
francescano. S. Martino Sul Fiora gode di un panorama di vasti orizzonti,
ritenuto tra i più suggestivi della Maremma: è infatti possibile spaziare dal
Monte Amiata ai lidi di Civitavecchia e Montalto di Castro, da Porto Santo
Stefano all'Isola del Giglio. La vicinanza alle Terme di Saturnia ne aumenta
l'interesse turistico.
Marsiliana:
Il paese e il suo territorio si estendono su un vasto e fertile territorio
pianeggiante, contornati da una lussureggiante macchia mediterranea su cui
troneggia la superba mole del Castello Orsini - di proprietà dell'omonima
famiglia dal 1761 - la cui costruzione risale all'opera delle popolazioni
Longobarde. Situato in una posizione ottimale rispetto alle località turistiche
della costa e dell'interno, Marsiliana gode di una notevole importanza storica
anche grazie al ritrovamento nel XX sec di una vasta necropoli paleoetrusca.
ENOGASTRONOMIA
La tradizione enogastronomia del territorio di Manciano è caratterizzata in
particolare dalle produzioni vinicole e dall'olio extra vergine di oliva. I
piatti della tradizione, tutti a base di ingredienti semplici, sono valorizzati
dall'accompagnamento con gli ottimi vini locali.
Il
piatto del borgo:
I
ciaffagnoni: I "ciaffagnoni" sono il piatto tipico per
eccellenza della cucina del paese; queste crèpe dall'impasto leggero e
friabile, sono una delizia da gustare con formaggio locale e vino rosso.
FOLKLORE
Ultime tre settimane di AGOSTO: Sagre Estive
Seconda
Settimana di SETTEMBRE: Festa delle Cantine
6
NOVEMBRE: Festa del Patrono di San Leonardo
Prima
domenica di MAGGIO: Festa popolare del Santo Patrono – Saturnia
1°
GIUGNO:
Sagra della lumaca - Poggio Morella
Prima
settimana di GIUGNO: Sagra della Fragola e fiera Ortofrutta – Marsiliana
Lunedi
di PASQUA: Sagra dell'agnello - S.Martino sul Fiora
Pitigliano
LA PICCOLA
GERUSALEMME
Percorrendo
la statale che unisce il Monte Argentario alle colline di Orvieto, una volta
raggiunto il Santuario della Madonna delle Grazie, appare all'improvviso il
panorama suggestivo e unico del borgo di Pitigliano, abbracciato alla sua rupe
di tufo come una nave di roccia tra valli coperte di boschi. Le case costruite
sul tufo, le strade e l'intero abitato sono inseriti nel paesaggio in modo così
armonico che la roccia scoscesa sembra un'opera umana, e le case frutto di una
magia naturale. La luce ammorbidisce o esalta le forme scoscese del territorio,
e si ha l'impressione che le colline si muovano nel tiepido vento, mentre le
rocce di tufo conservano le tracce dell'antico passato di questo paese.
Pitigliano che si erge su una rupe a forma di mezzaluna - isolata e innalzata
sul territorio dall'opera di tre fiumi che le scorrono intorno, difesa da
fortificazioni cinquecentesche - da l'impressione di una fortezza
inespugnabile, disegnata dall'arte militare degli Orsini e resa raffinata
dall'arte del Rinascimento.
La nascita del nucleo primitivo di Pitigliano risale al periodo etrusco, dove
l'insediamento raggiunge la sua massima potenza nel VI sec A.C., sostituendosi
al vicino Poggio Buco, posto sul fiume Fiora, come testimoniato dalla stupenda
necropoli e dai resti di un tempio. Tuttavia intorno al V sec A.C. il borgo fu
probabilmente parzialmente distrutto da Porsenna, re della città di Chiusi.
Sconosciuto il nome etrusco, quello attuale deriva dalla Gens Petilia,
importante famiglia romana che governava il borgo durante la dominazione
latina. Secondo la leggenda invece la fondazione del villaggio fu opera di due
romani, Petilio e Celiano, dai cui nomi sarebbe derivato Pitigliano.
Il nome di Pitigliano appare fin dal 1061 in numerose carte e documenti, in cui
il borgo risulta tra i possedimenti della famiglia dei conti Aldobrandeschi,
signori di gran parte della Maremma e delle colline del Fiora. Durante questo
periodo l'insediamento di Pitigliano ebbe un ruolo di rilievo che lo
contrappose - come testimonia l'imponente fortezza - al Comune di Orvieto. A partire
dal 1300, gli Orsini, sostituitisi agli Aldobrandeschi nel controllo della
città, spostarono da Sovana a Pitigliano la capitale del loro territorio, dopo
la conquista da parte della Repubblica di Siena di quasi tutta la Maremma.
Nel 1466, la piccola contea ursinea acquistò forza con la salita al potere di
Niccolò III, capitano di ventura di grande esperienza: sotto il suo governo il
borgo si arricchì di monumenti rinascimentali, a cui lavorano artisti
fiorentini come Antonio da Sangallo, Anton Maria Lari, Baldassarre Saluzzi.
Nella seconda metà del XVI sec. Gianfrancesco Orsini ampliò le mura con una
cinta bastionata.
A partire dal 1604, Ferdinando I, granduca di Toscana, acquistò tutti i
possedimenti degli Orsini, decretando la fine dell'indipendenza della Contea di
Pitigliano. Dalla metà dello stesso secolo crebbe notevolmente il numero degli
ebrei, che qui trovarono rifugio sicuro fondando una comunità di grandi
dimensioni.
Nel 1643 i Medici sventarono un tentativo di occupazione da parte delle truppe
pontificie. A metà dell'800 Pitigliano assunse il titolo di città con il
trasferimento della sede vescovile - fino ad allora appartenuta a Sovana - a
cui fece seguito un periodo di crescita economica grazie alle riforme
illuministiche dell'epoca.
Gli Ebrei a Pitigliano:
La
comunità ebraica di Pitigliano ebbe un'importanza sociale e storica notevole
nella storia della città. Pitigliano ospitò, con ogni probabilità, la prima
comunità ebraica fin dalla fine del quattrocento. A seguito delle restrizioni
dovute alle Bolle Papali del 1555 e 1569 che coinvolsero lo Stato Pontificio, e
ai provvedimenti del Granduca di Toscana del 1570 e 1571, Pitigliano divenne un
importante centro di rifugio per gli ebrei dell'Italia centrale.
La
Contea di Pitigliano degli Orsini, insieme ad altri piccoli feudi - come quelli
di Santa Fiora degli Sforza e di Castellottieri degli Ottieri, oltre al Ducato
di Castro dei Farnese - rimasero immuni alle restrizioni. In questi staterelli,
contrari alle politiche di entrambi i grandi stati restrizionisti, si
rifugiarono numerose famiglie di ebrei, che potevano vivere più liberamente ed
esercitare le loro attività tipiche, generalmente di tipo economico. In
particolare, nella contea di Pitigliano il gruppo ebraico si consolidò nel tempo,
fino ad erigere una sinagoga nel 1598.
Tuttavia
ai primi del seicento i Medici aggregarono al Granducato di Toscana anche le
piccole Contee al confine meridionale, e gli ebrei residenti furono confinati
nei ghetti. In seguito, considerato il ruolo economico e commerciale svolto
dalla comunità, la condizione degli ebrei fu nuovamente migliorata grazie alla
la concessione di fondamentali libertà personali, come la possibilità - del
tutto eccezionale per l'epoca - di possedere beni immobili.La riforma indirizzò
una lenta e costante immigrazione di ebrei dai centri vicini, accrescendo la
comunità e sostituendo le famiglie e le dinastie che ciclicamente decadevano.
Significativo è l'arrivo di ebrei dalla città di Castro, distrutta nel 1649, di
cui Pitigliano divenne moralmente l'erede.
Altri
ebrei giunsero da Scansano, Castellottieri, Piancastagnaio, Proceno e in
seguito nel 1700 da Santa Fiora e Sorano, le cui Comunità ebraiche scomparivano
lentamente. Alla fine del XIII secolo Pitigliano rimase l'unica Comunità
ebraica in Maremma.
Nella seconda metà del settecento, la riforma
illuministica dei Lorena, nuovi Granduchi di Toscana di origine austriaca,
permise agli ebrei di accedere parzialmente alle cariche comunali e la comunità
concluse l'integrazione acquisendo propri rappresentati nel Consiglio
comunitario.
A
Pitigliano, unica erede delle "città rifugio" del territorio, le
favorevoli condizioni politico-sociali e il relativo isolamento, resero
possibile lo svilupparsi di eccezionali rapporti di convivenza e di tolleranza
tra la popolazione ebraica e quella cristiana, tanto che la cittadina venne
designata come la "Piccola
Gerusalemme". Lo straordinario rapporto tra cristiani ed
ebrei fu cementato infatti da un felice episodio accaduto nel 1799, quando il
popolo difese gli israeliti dai soprusi dei militari antifrancesi che volevano
saccheggiare il quartiere ebraico. A ricordo del generoso intervento della
popolazione di Pitigliano, la Comunità ebraica istituì un'apposita cerimonia,
celebrata ogni anno - fino a pochi decenni fa - nella sinagoga.
Nel corso del 1800 gli ebrei di Pitigliano divennero sempre di più parte
integrante della popolazione pitiglianese. Le istituzioni della Comunità
ebraica si rafforzarono con la fondazione, nel 1854, di una Biblioteca e del
Pro Istituto Consiglio per opere caritative, nato dalle donazioni di Giuseppe e
Fortunata Consiglio.
Pitigliano fu città di studio e formazione di alcuni rabbini che guidarono le
più importanti Comunità italiane, nonché di personalità del mondo ebraico, come
i fratelli Servi, fondatori del "Vessillo Israelita" (prima rivista
ebraica italiana) e Dante Lattes, uno dei personaggi principali dell'ebraismo
italiano del Novecento. Il borgo fu anche centro di diffusione della comunità
ebraica in Toscana e Lazio ma tutte le famiglie emigrate rimasero legate alla
Comunità originaria, dove tornavano per celebrare le principali festività
religiose.
Le mutate condizioni economiche e sociali determinarono nel Novecento una
lenta, ma costante, emigrazione degli ebrei pitiglianesi verso città e centri
più grandi, finché le leggi razziali e le persecuzioni dell'ultima Guerra
Mondiale accelerarono la fine della Comunità, la cui ultima fiammella si spense
con la chiusura della Sinagoga nel 1960.
Durante
la guerra molti ebrei si salvarono grazie alla generosa protezione della
popolazione locale, che offrì ospitalità, rifugio ed assistenza nonostante i
pericoli delle persecuzioni razziali; a dimostrazione del valore fondamentale
dell'esperienza civile pitiglianese.
Gli
ebrei rimasti a Pitigliano sono ormai pochissimi, ma l'antico rapporto,
sopravvissuto nei monumenti e nelle coscienze dei pitiglianesi, prosegue nel
rispetto del passato della scomparsa Comunità. Di tutto ciò ne sono
testimonianza: il restauro e la conservazione dei monumenti ebraici, come la
Sinagoga, il forno degli azzimi, il bagno rituale, il cimitero, l'apertura del
museo ebraico, la produzione del tipico vino Kasher, la fondazione
dell'Associazione "La Piccola Gerusalemme" che ha come
fine la promozione e la valorizzazione della lunghissima storia di Pitigliano.
NATURA
& AMBIENTE
Se
volessimo rappresentare con un solo simbolo il territorio di Pitigliano,
potremmo indicare il tufo, elemento diffusissimo in tutta la zona. Questa roccia di origine
vulcanica è la caratteristica principale del territorio: la morbidezza di
questo minerale, l'erosione del vento e soprattutto dei numerosi fiumi hanno
modellato un paesaggio di singolare bellezza, nel quale si alternano ripide
gole, balze ed altipiani. Al tufo è legata la storia di questo territorio: nel
tufo scavarono le loro abitazioni, dette abitazioni ipogee, le prime
popolazioni preistoriche e nel tufo gli etruschi collocarono le loro necropoli
e scavarono profonde vie di comunicazione, le famose Vie Cave. Infine i coloni
romani sfruttarono le particolarità di questa roccia facilmente lavorabile
collocandovi i colombari, le pestarole, gli ziri, le fornaci ecc, ancora
utilizzate in alcuni casi fino a pochi decenni fa. All'interno della stessa
rupe di Pitigliano, cunicoli si snodano per centinaia di metri nella roccia.Da
visitare, sul costone tufaceo lungo la strada che conduce a Sorano, i resti del
Parco Orsini in pieno stile rinascimentale e di cui è possibile rinvenire in
mezzo alla vegetazione, padiglioni, statue fantastiche di figure femminili e
sedili intagliati nel tufo. Circondano il borgo piccole valli con torrentelli e
cascate, rupi su cui il sole al tramonto crea suggestivi giochi di luce. Da non
dimenticare il Parco archeologico all'aperto "Alberto Manzi", con
numerosi reperti di origine etrusca e romana. Il Parco si sviluppa lungo il
percorso di una suggestiva Via Cava ed ricostruisce le vicende
dell'insediamento di Pitigliano dalla Preistoria all'età Romana illustrando
anche l'articolata tipologia delle strutture funerarie di età etrusca e i
complessi rituali che accompagnavano le sepolture.
ARTE
& STORIA
La
Chiesa di Santa Maria sita nel rione Capisotto e dalla peculiare pianta
trapezoidale è la chiesa più antica di Pitigliano, risalente al XII sec. e
nominata in un documento del 1274. Sottoposta a numerosi rifacimenti, la chiesa
odierna è stata voluta da Niccolò III per adeguarla ai canoni rinascimentali,
che ne cancellarono tuttavia l'aspetto originario. Fu dedicata in seguito a S.
Rocco, il Santo Protettore di Pitigliano invocato durante l'epidemia di peste,
che si trova raffigurato in una vetrata circolare. La pianta è suddivisa in tre
navate, separate da colonne ioniche che conferiscono all'interno un aspetto
semplice e raccolto. La facciata, realizzata nel 1490 presenta interessanti
altorilievi attribuibili a maestranze benedettine lombarde. Gli affreschi
presenti nella zona absidale sono invece del XVII sec., mentre gli stemmi che
sovrastano la parete sopra l'altare sono della fine del XIX sec. e rappresentano
le casate che nei secoli hanno governato il borgo.
Palazzo Orsini è il maggiore monumento di Pitigliano: fu la residenza e
la fortezza dei conti Aldobrandeschi e poi degli Orsini, ristrutturata in stile
rinascimentale già da Niccolò III nella prima metà del Cinquecento, su progetto
dell'architetto fiorentino Antonio da Sangallo. Sulla piazza retrostante il
palazzo, che si estende fino al ciglio della rupe con il suo magnifico
panorama, si trova la fontana medicea a cinque archi, preceduta dall'acquedotto
seicentesco che supera l'antico fossato con un arco in tufo. Dalla piazza tre
vie parallele si inoltrano nell'abitato, intersecate da una serie di vicoli
caratterizzati da scalinate, loggette e decorazioni cinquecentesche, mentre
finestre e portali delle antiche case sono spesso ornati di elementi decorativi
in bugnato rustico.
La Cattedrale, voluta da
Niccolò III Orsini e terminata da Ludovico nel 1507, fu ampliata nel Settecento
secondo lo stile barocco ed è dotata di un grandioso altare. Venne elevata a
cattedrale solo nel 1844, quando la diocesi fu spostata da Sovana a Pitigliano
e fu dedicata ai Santi Pietro e Paolo. La struttura è ad una sola navata con
quattro cappelle laterali. La facciata ha il tipico aspetto barocco, mentre
dell'originaria facciata rinascimentale rimane solo il portale d'ingresso.
Sempre al periodo settecentesco sono attribuibili le decorazioni degli altari.
Tra stucchi e dorature, spiccano le tele di Pietro Aldi e di Francesco Vanni.
A fianco della Cattedrale si eleva la torre campanaria che caratterizza
il profilo urbano dell’abitato. In fondo alla piazza della chiesa si erge una
stele con sculture rinascimentali, sormontata da un piccolo orso araldico e
nota come monumento alla progenie ursinea.
In via Zuccarelli si trova il Ghetto.
Molti sono i ricordi della comunità ebraica, vissuta per mezzo millennio a
Pitigliano, che fu luogo di rifugio per gli israeliti ed esempio di convivenza
tra ebrei e cristiani, tanto da meritarsi la definizione di "Piccola
Gerusalemme".
La Chiesa
della Madonna delle Grazie si trova a poca distanza dal centro di
Pitigliano, sulla statale che porta a Manciano, da dove si gode di uno
splendido panorama da tutto il paese. Era la chiesa di un convento francescano
del 1400 ed ha subito un restauro totale nel 1962; è composta da una navata con
sei altari, dove al posto delle tele originali, perdute, sono state collocate
opere di artisti locali. L'interno conserva alcuni elementi decorativi barocchi
e tardo rinascimentali.
Il parco di Poggio Strozzoni, sotto il poggio omonimo, è così chiamato
perché la leggenda vuole che il Conte Orso Orsini in questo luogo strangolò la moglie. Il paesaggio fu modellato scolpendo i
naturali massi in tufo che rappresentano figure fantastiche, divinità femminili
distese, sedili e grotte nel bosco.
La necropoli di Poggio Buco si trova a circa 8 chilometri da Pitigliano in
direzione di Manciano. Segno della presenza dell'antico abitato etrusco, la sua
posizione la rendeva inespugnabile in quanto naturalmente difesa dalla rupe tufacea
su tre lati, mentre il lato accessibile era protetto da un fossato. Le tombe
più antiche, risalenti al VII-VI sec. A.C. sono a fossa, formate da un vano
rettangolare scavato nel tufo e ricoperto da lastroni, mentre le più recenti
V-IV sec. A.C. sono a camera, con pareti a colombario e soffitto a cassettoni,
oppure a capanna con travature simulate.
ENOGASTRONOMIA
Sotto l'abitato visibile di Pitigliano si nasconde un'altra città sotterranea,
meravigliosamente suggestiva: è quella fatta di grotte, colombari, cunicoli, ma
soprattutto di cantine scavate nella rupe di tufo, dove si conservavano vini
prelibati.
La
cantina pitiglianese è di solito costituita da un "cellaro" o
"tinaio" e da un corridoio, che si conclude nel bottaio, il vano dove
si installano botti e damigiane. Non mancano nei cunicoli elementi
architettonici raffinati come pilastri con capitelli, mascheroni, nicchie
decorate. Più rara è la galleria con arco a sesto acuto, come nella vecchia
cantina nel rione "la Fratta", utilizzata dalla Cantina Cooperativa
per l'invecchiamento in barriques di rovere dei vini "Gran Tosco"
bianco e rosso, Rosso Sovana Superiore e Rosso Sovana Riserva e Bianco di
Pitigliano, terzo vino ad ottenere la qualifica DOC in Maremma. Le
incredibili cantine, dove il vino si conserva a temperatura ideale,
testimoniano i tempi remoti della tradizione vinicola, con la produzione del
secolare vino ebraico Kasher.
Di ottima qualità è pure l'olio extra-vergine d'oliva prodotto dai vasti
uliveti maremmani e dai frantoi della zona, adatto per la bruschetta, chiamata
localmente "pancrocino".
I
piatti del borgo:
Lo Sfratto: Tipico di Pitigliano è lo
"sfratto", un dolce natalizio a forma di lungo bastone, che col suo
impasto di miele e noci riporta l'antica origine ebraica. L'impronta degli
israeliti nella cucina locale è evidente anche in altri piatti che
costituiscono il Presidio Slow Food "La cucina dei Goym nelle città del
tufo".
Il Buglione d'agnello: Il buglione è un piatto a base di carne di
origini antiche, cucinato in tutta la Maremma. Per molti anni non è
stato altro che la zuppa fatta con gli avanzi del giorno prima cotta al fuoco
del bivacco durante i periodi di pascolo del bestiame. Per i servitori invece
era il modo per cucinare le carni di scarto dei loro signori ed amalgamarne i
sapori con le spezie e le erbe che potevano procurarsi (di spezie poche perché
erano merce rara, ma le erbe di campo e gli aromi mediterranei, quelli erano
alla portata di tutti).
Il nome vuol dire brodo o "broda", in francese "bouillon", indica
la consistenza di questo piatto in cui la carne viene cotta in una salsa
brodosa ed in un recipiente possibilmente di coccio.
Il buglione d'agnello è preparato con le diverse parti dell'agnello ed ancora
oggi è un piatto tipico della cucina pitiglianese.
FOLKLORE
Le tradizioni e le feste popolari arricchiscono la vitalità di questa zona con
un gran numero di eventi. I mesi principali sono quelli primaverili ed estivi,
ma sempre più le sagre conquistano il periodo autunnale fino a novembre. In
genere gli eventi sono legati alle attività tipiche di questo generoso
territorio.
19 MARZO: Torciata di San Giuseppe (la festa del fuoco con la quale si
celebra l’inizio della primavera)
Mese
di LUGLIO: Le Notti dell'Archeologia
Mese
di AGOSTO: Petilia Wine Festival (l’incanto dei luoghi, il vino, la
musica)
Mese di AGOSTO: Mostra Mercato
della Agricoltura
Mese
di AGOSTO: sagra dell'etrusco
16
AGOSTO:
Festa del Patrono
SETTEMBRE: Settembre di Vino
- Festa delle Cantine
Prima
quindicina di SETTEMBRE: Festeggiamenti in onore di Maria santissima delle
Grazie
31
DICEMBRE: Benvenuto Anno Nuovo - Brindisi collettivo in piazza
SCANSANO
SCANSANO,
UN CUORE DI VINO
L'abitato
di Scansano sorge a 500 metri sul livello del
mare e a 20 chilometri dal golfo di
Talamone, sulla sommità delle alture che dividono la valle del fiume Ombrone da
quella del fiume Albegna. Il nome probabilmente deriva dal nome di Santo
Ansano, un martire cristiano del I sec. d.C che predicò in queste terre. La
zona fu abitata fin dall'Età del Bronzo, e gli scavi archeologici hanno portato
alla luce un antico centro etrusco risalente al periodo tra il VI e III secolo
a.C.
Dal 280
a.C. la storia di Scansano si lega comunque a quella di Roma,
quando vennero costruite imponenti fattorie che progressivamente si
trasformarono in piccoli agglomerati urbani, che si avvicinarono sempre più ai
castelli per difendersi dalle incursioni barbariche.
Il paese vero e proprio si sviluppò intorno
all'anno 1000, e nel 1273 iniziò l'egemonia dei Conti Aldobrandeschi, che
dominarono per più di 200 anni la zona fino all'invasione della Repubblica di
Siena. Il documento più antico nel quale è citato Scansano risale al 1188, in una Bolla di Clemente III, e nel
1274 lo si ritrova menzionato nell'atto di divisione fra i due rami dei Conti
Aldobrandeschi di Sovana e di Santa Fiora, al secondo dei quali fu assegnato
Scansano e il suo territorio.
A causa della sua posizione, situata proprio
sul confine collinare naturale tra le terre rivali, Scansano subì sorti diverse
nel corso delle estenuanti lotte fra gli Aldobrandeschi e la Repubblica di
Siena. Più volte i senesi portarono le armi in Scansano e nel 1330 fu occupata
e incendiata, facendo fuggire gli Aldobrandeschi a S.Fiora per poi tornarvi nel
1331, sottomessi alla Repubblica di Siena, con il paese distrutto, la rocca
demolita e i fossati riempiti.
Dal 1333 fino al 1897 Scansano è sede della
"Estatatura", ovvero del trasferimento degli uffici giudiziari ed
amministrativi da Grosseto, pianura paludosa e malarica, a Scansano.
Nel 1439, a seguito del matrimonio di Cecilia
Aldobrandeschi con Bosio di Muzio Attendolo Sforza di Cotignola, Scansano passò
sotto il dominio degli Sforza che qui dominarono per circa due secoli.
La salubrità del luogo, lontano dalle paludi,
attirò oltre all'Estatatura molte famiglie benestanti che diedero lustro al
paese, tanto che agli inizi del 1500 Scansano divenne uno dei più importanti
borghi della Maremma.
Nel 1615 Mario Sforza donò Scansano e Pomonte a Cosimo II de' Medici, che fra
il 1617 ed il 1619 pose lo stemma dei Medici sulla porta di Scansano.
Nel 1738 Scansano passò sotto il Granducato
dei Lorena, divenendo nel 1776 sede di Podesteria e nel 1783 Comunità
comprendente i paesi più piccoli di Cotone, Montorgiali, Montiano, Poggioferro,
Pancole, Collecchio, Polveraia, Montepò, Pomonte.
Nel 1787, in seguito alla riforma leopoldina,
Scansano assunse l'attuale dimensione: ai notevoli edifici privati esistenti di
via Vittorio Emanuele (il più interessante è Palazzo Pretorio), Palazzo del
Podestà, la Tesoreria
Comunitaria, la Casa dell'Abbondanza si aggiunsero l'Ospedale nel
1862, il Teatro Castagnoli nel 1892, l'Edificio
Scolastico Elementare di Scansano nel 1896.
Il XX sec, oltre alla fine dell'Estatatura,
all'incremento del patrimonio culturale, ha visto la progressiva
riorganizzazione dell'attività agricola e l'affermarsi di nuove tecniche,
specie nel campo dell'olivicoltura, zootecnia e viticoltura.
Lo straordinario sviluppo della viticoltura
agricola ha portato al riconoscimento del Morellino di Scansano D.O.C.G. e
all'espansione della "Cantina Cooperativa del Morellino di Scansano"
la cui realizzazione risale al 1884, che fanno oggi dell'antico borgo uno dei
cuori del vino italiano a livello internazionale
NATURA
& AMBIENTE
Poche
altre parti d'Italia hanno mantenuto incontaminato il loro territorio come la
Maremma e non è quindi un caso se l'ambiente che scende dal Monte Amiata
attraverso fino alle pianure che arrivano al mare, rappresenta oggi un vero
tesoro per chi ama la Natura e per chi apprezza i prodotti naturali di questa
terra, belli da vedere e deliziosi da gustare. Per godere dell'atmosfera che si
respira in questa terra sono necessari almeno alcuni giorni, per riscoprire a
pieno il piacere di una vacanza rilassante, tra il verde delle colline della
Maremma. Alberghi, agriturismi, tenute sono sempre disponibili ad ospitare il
viaggiatore con l'accoglienza e cordialità che caratterizzano la popolazione
della Maremma.
Il comprensorio di Scansano è un territorio
collinare che si sviluppa tra la costa tirrenica e il monte Amiata nella
Provincia di Grosseto. È delimitato dal versante destro del bacino del fiume
Albegna, che sgorga dalle pendici del Monte Labbro, e dal fiume Ombrone, il più
importante corso d'acqua della Toscana Meridionale. Il clima è caratterizzato
da estati calde e inverni miti con scarse precipitazioni. Sulle numerose
colline, in posizioni strategiche privilegiate e lontane dall'antica palude un
tempo infestata dalla malaria, sono collocati i nuclei abitativi più antichi.
Nella parte pianeggiante gli insediamenti sono più recenti, nati solo in
seguito alle bonifiche di Leopoldo II di Lorena, terminate in epoca fascista.
Il paesaggio è costituito dall'alternarsi
delle coltivazioni della vite olivo e cereali. I boschi, che coprono un terzo
del territorio, si estendono soprattutto dove il terreno risulta di difficile
coltivazione. Dal punto di vista morfologico la zona è caratterizzata da tre
tipologie geologiche: terreni argillosi, calcarei e calcarenitici, con una ricca
presenza di fossili risalenti all'Olocene; terreni dove si trova il macigno
toscano, costituito da arenaria compatta e a grana fine, di colore grigio o
marrone chiaro, risalente invece all'Oligocene; terreni costituiti da sedimenti
alluvionali del Pliocene diffusi lungo la vallata dell'Albegna.
La vegetazione è costituita prevalentemente da macchia mediterranea, nella
quale si riscontra una prevalenza di sempreverdi quali il leccio, l'alaterno,
il corbezzolo, il lentisco e la fillirea. Vi sono inoltre molti
esemplari di roverelle, frassino minore, sughere, acero campestre, accompagnati
da un sottobosco di ginestre, eriche, elicrisi, orchidee selvatiche, pungitopo,
felci, ciclamini, primule, rose di macchia. All'interno dei boschi vive la
caratteristica fauna della Maremma rappresentata dal cinghiale, l'istrice, il
capriolo, il tasso, il riccio, la volpe, la donnola, la faina e numerose specie
volatili come la poiana, la civetta, il gufo, l'upupa, la ghiandaia, ecc.
Anche le aree umide, legate alla presenza dei
corsi d'acqua, rivestono un importante ruolo naturalistico per la flora e la
fauna che le caratterizzano, costituite da pioppi, ontani, salici, felci
riunite in siepi che costeggiano torrenti e fiumi. In questi luoghi la fauna è
composta da anfibi, rettili, uccelli e piccoli mammiferi, oltre che da numerose
specie ittiche.
Nella zona di Scansano vi sono estesi
giacimenti di cinabro, zolfo, antimonio e lignite, sfruttati per lungo tempo e
che costituivano un'importante fonte di lavoro e ricchezza per gli abitanti.
Grazie all'attività estrattiva sono emerse numerosi reperti archeologici, tra
le quali sicuramente la più significativa è da ritenersi il ritrovamento di uno
scheletro completo di "Oreophitecus bambolii", conosciuto come "l'Ominide
di Baccinello", un primate considerato uno degli anelli di
congiunzione tra la scimmia e l'uomo per alcune caratteristiche affini agli
ominidi. Sono stati ritrovati, inoltre, anche resti di una fauna estinta che
testimonia come nel lontano passato il clima della zona fosse molto diverso da
quello odierno. La successione delle varie epoche storiche, ha lasciato infine
tracce importanti come i resti archeologici di Ghiaccio Forte, dell'Aia Nuova,
o gli insediamenti più recenti di Montepò, della Fattoria di Pomonte, del
convento del Petreto.
ARTE & STORIA
La
storia medievale di Scansano non differisce da quella degli altri castelli
della Maremma.
Nominato per la prima volta nel XII secolo, a partire dal XVI sec si registra
uno sviluppo demografico e urbanistico che nessuno dei borghi circostanti
raggiungerà. All'agricoltura e alle attività minerarie si affiancava il clima
mite e salubre che richiamava gli abitanti della costa nella stagione calda.
Questa consuetudine ebbe un riconoscimento ufficiale. Il XIX secolo vide una
notevole crescita del centro, testimoniata fra l'altro dall'edificazione del Teatro
Castagnoli, nel 1892, che ebbe notevole rinomanza.
Da piazza Garibaldi si entra nel centro
storico attraverso una porta cinquecentesca che sostituì probabilmente
una struttura medievale dotata di fossato. All'interno, sulla via principale
del centro storico si affacciano edifici cinquecenteschi, fra i quali un palazzo
gentilizio con uno stemma di famiglia sulla facciata. Un vicolo conduce
all'antico Ospedale per i pellegrini, mentre proseguendo si incontra un
cassero in parte distrutto e in parte inglobato in strutture successive. Sul
fondo si trova infine la chiesa di San Giovanni Battista, citata per la
prima volta in un documento del XII secolo e rifatta completamente sia nel XVII
che nel XVIII secolo. All'esterno la chiesa conserva un portale
quattrocentesco di pietra locale, mentre all'interno sono conservate
quattro tele del XVII secolo. Sugli altari di sinistra sono collocati una Madonna
con Bambino e Sant'Anna di scuola senese e Il martirio di San Sebastiano
di Stefano Volpi; sull'altare del transetto sinistro vi è la Madonna
del soccorso che riproduce, la Madonna che accoglie i fedeli sotto il suo
mantello; nella cappella del Rosario si trova una Madonna con Bambino
e santi di scuola senese. Una copia sostituisce, sull'altare del transetto
destro, una terracotta (fine XV secolo) attribuita ad Andrea Della Robbia,
rubata in passato. Da non dimenticare la statua lignea policroma che
rappresenta la Vergine
Annunciata nota come Madonna di Mezz'agosto,
di scuola senese, risalente al XV secolo.
Procedendo
lungo le pareti della chiesa un arco conduce fuori dalle mura, con la torre
circolare e il retro della chiesa inseriti nel circuito difensivo. Nel centro
storico sono riconoscibili anche edifici dalle robuste murature medievali con
base a scarpa, e di fronte la piazza del Pretorio con a destra l'omonimo
Palazzo. Il quattrocentesco edificio, che non ha quasi subito alterazioni nei
secoli successivi, sede degli uffici pubblici grossetani durante l'estatatura,
ospita oggi il Polo Museale di Scansano. La struttura ha forme semplici e
squadrate sottolineate dalle cornici in pietra serena. All'esterno del centro
storico, sulla strada per Manciano si trova la chiesa della Madonna delle
Grazie, detta della Botte. Le prime notizie della chiesa risalgono al
Seicento, ma l'edificio attuale è del 1867. L'immagine della Madonna, della metà
del XVI secolo, deve il nome a una leggenda secondo la quale il quadro sarebbe
stato ritrovato in una botte miracolosamente rotolata fino al luogo dove fu poi
eretta la chiesa.
Uscendo da Scansano si incontra il convento
del Petreto, raggiungibile seguendo una strada secondaria, immediatamente
prima del bivio per Manciano e Roccalbegna. Il complesso di edifici, nel suo
aspetto attuale, è datato all'inizio del '500, ma probabilmente fondato in
epoca antica. Il convento fu oggetto di ristrutturazioni fra il XVII e XVIII
secolo. Il Castello di Petreto comparve una prima volta in scritture del 1274, in occasione della divisione tra i
due rami dei Conti Aldobrandeschi, e fu sottoposto alla signoria dei Conti del
ramo di Santa Fiora. Trasformato in oratorio dei frati Francescani, fu
sottomesso alla Repubblica di Siena nel 1339. L'oratorio ospitò nel 1422 San
Bernardino da Siena. Nel 1507 il Conte Guido Sforza aprì il Convento e la relativa Chiesa dedicata a San
Pietro al Petreto. La parte conventuale è oggi proprietà privata, mentre la
Chiesa fa parte della parrocchia di Scansano. Secondo un'antica notizia, un
convento più antico, dedicato a San Pietro, all'inizio del XIV secolo avrebbe
ospitato un gruppo di fati eretici seguaci di Fra Dolcino. Dolciniani
sono segnalati analogamente anche nei conventi di Monte di Muro di Scarlino,
della Nave di Montorsaio e di San Giovanni di Gavorrano. La
frammentarietà di queste notizie non permette tuttavia di identificare con
certezza San Pietro con il Petreto.
Il teatro di Castagnoli: Il teatro, le cui
fondamenta furono poste nel 1852, costituisce per le sue caratteristiche uno
degli esempi più significativi dell'architettura teatrale della Maremma.
I recenti lavori di restauro e ristrutturazione, rispettosi dell'immagine
originaria, hanno restituito nel 1999 un gioiello nazionale che può ospitare
spettacoli teatrali e concerti di alto livello durante tutto l'anno e che
rappresenta, grazie alla sua ubicazione, un punto di riferimento per i paesi
limitrofi e per le località balneari della costa .
La programmazione annuale è caratterizzata da
una parte strettamente teatrale e da una musicale.
L'Associazione "Strada del Vino e dei Sapori Colli di Maremma" e
il Museo della Vite e del Vino:
L'Associazione ha sede presso il Palazzo "Pretorio" di Scansano
dove si trova anche il Museo della Vite e del Vino. L'Associazione si occupa di
creare percorsi ottimamente segnalati, che coprono un territorio ad
elevatissima vocazione vitivinicola caratterizzato, oltre che da vigneti e
aziende, da attrattive naturalistiche, culturali e storiche particolarmente
significative, ideali per un turismo di alta qualità. Lo scopo principale
dell'Associazione è quello di valorizzare i territori vocati alla
vitivinicoltura nonché tutte quelle attività collegate come l'accoglienza
dell'enoturista e la valorizzazione dell'artigianato e delle e tradizioni
tipiche del territorio.
Il museo della "Vite e del Vino" è stato inaugurato nel 2000 nei
locali del "Palazzo Pretorio" di Scansano. L'esposizione è
finalizzata sia all'informazione sui vini prodotti nel territorio, sia alla
valorizzazione della cultura e delle tradizioni della zona, seguendo il filo
conduttore dell'eccellente produzione vinicola.
FRAZIONI
Baluardo Etrusco di Ghiaccio Forte: Da Scansano si procede in direzione
Manciano-Terme di Saturnia. Sulla destra una strada sterrata conduce al parcheggio
attrezzato dell'area archeologica. Il centro fortificato di Ghiaccio Forte, di
cui non si conosce il nome antico, fu fondato nel IV secolo a.C. al confine
nord del territorio di Vulci, in posizione strategica sul versante destro della
valle dell'Albegna.
Contemporaneamente vennero fondati o potenziati centri preesistenti nello
stesso territorio, quali Talamone, Saturnia e forse Orbetello. Queste fortezze
segnalano la decadenza della civiltà etrusca, che si accingeva a contrastare
l'avanzata romana. L'area, frequentata sin dalla tarda età del Bronzo, era
occupata in precedenza solo da un santuario rurale di età arcaica. La
distruzione di Ghiaccio Forte fu opera dell'esercito romano che nel 280
a.C. conquistò Vulci e ne devastò il territorio.
All'interno della fortificazione si trova la linea delle mura, che correvano
lungo il ciglio pianoro. Le mura avevano uno spessore alla base di circa 4
m ed erano costruite con uno zoccolo di ciottoli e un elevato
di mattoni crudi o argilla pressata. Lungo le strade antiche si raggiunge la Porta Sud-Est, che si apriva
nel tratto più alto del circuito murario. La struttura della porta è costituita
da blocchi regolari e delimita una superficie lastricata, a fianco della quale
scorre una canaletta per il deflusso delle acque piovane; due porte chiudevano
probabilmente il tratto lastricato della strada che proseguiva con un semplice
acciottolato all'interno dell'abitato. Scendendo nella sella tra le due colline
si raggiunge un grande complesso abitativo, con numerosi ambienti che si
affacciano su una grande corte scoperta. Risalendo la collina occidentale, dove
si trovava un luogo di culto paleocristiano si raggiunge la Porta Nord-ovest, dalla quale si
gode uno splendido panorama sulla bassa valle dell'Albegna e sul mare.
Villa romana di Aia Nova: Da Scansano si
imbocca la strada che conduce a Magliano in Toscana e si raggiunge il Podere
Aia Nova, da dove, è possibile proseguire a piedi in direzione dei resti della
villa romana di Aia Nova, dove un albero secolare in un campo segnala i resti
della villa, complesso architettonico elaborato al centro di proprietà
agricole. Il proprietario della villa costruita intorno al I sec a.C, in base
al nome presente su un tipo di bollo di mattone rinvenuto sarebbe un certo
Publius Anilius (uno dei tanti veterani di guerra cui venivano assegnate
proprietà per meriti militari), la cui famiglia è testimoniata anche altrove in
Toscana e nel Lazio. Il sito della villa, già da tempo abbandonato, fu
utilizzato fino al periodo tardoimperiale.
La villa sorge su una colina nei pressi del podere Aia Nova e occupa
un'ampia terrazza artificiale sostenuta verso est da un criptoportico che
poteva accogliere magazzini e strutture produttive. Centro della parte
padronale (pars urbana) era l'atrio con quattro colonne su cui si
affacciavano vari ambienti, tra i quali una sala per banchetti (triclinium),
alcune camere da letto (cubicula), e una sala di rappresentanza (oecus).
La villa era dotata anche di un impianto termale. La parte urbana era decorata con
elaborati pavimenti e pitture murali. Alcune sale, fra cui il triclinium,
conservano un pavimento di cocciopesto in cui spiccano schemi decorativi
geometrici realizzati con tessere di marmo bianco, oppure lastre di marmi e
pietre colorate. I pavimenti, sono coperti per preservare le decorazioni e
quindi non visibili ai visitatori. Nel Museo Archeologico di Scansano sono
tuttavia riproposte alcune ricostruzioni parziali e immagini che mostrano la
ricchezza dell'antico edificio.
Montorgiali:
La nascita del piccolo castello di Montorgiali è documentata sin dal XII
secolo. Nel XIII secolo l'abitato era dominato da una famiglia signorile
locale, alleata con Siena, che alla fine del XIV sec. acquisì completamente
Montorgiali, Cotone e Montepò. Attraversando il borgo lungo la via principale,
raggiungendo piazza del Mercato si arriva alla chiesa di San Biagio,
profondamente ristrutturata nel 1744. Alla chiesa appartiene uno stendardo
dipinto da Alessandro Casolani, autore senese del XVI sec. con i Santi Giorgio e
Rocco sul diritto e una Madonna con Bambino e Santi sul rovescio. Attualmente
l'opera è conservata, nel Museo Diocesano di Pitigliano. Nella chiesa si
trovano invece due tele del XVII secolo che rappresentano la Nascita della
Vergine e una Natività con i santi in preghiera.
Proseguendo per via della Chiesa si giunge alla porta del castello, ad arco
rotondo. Sul lato destro della porta si trova un edificio identificato con il
cassero-palazzo signorile, sulla cui facciata si trovano riferimenti a un
apparato difensivo a piombatoio e feritoie. All'interno una strada costeggia i
resti delle mura, e i resti di una torre distrutta e ricostruita in varie
epoche. Seguendo la via che scende sotto il castello, si imbocca via delle
Rovine che conduce a un passaggio coperto, forse una porta aperta verso valle,
nella parte più bassa della cinta muraria. Poco fuori dell'abitato di
Montorgiali si trova il Santuario di San Giorgio, in onore del quale si celebra
una solenne festa il 23 aprile. Una pieve di San Giorgio è citata già nel XIII
secolo, ma solo nel Seicento si hanno notizie riferibili con sicurezza al
santuario.
Castelli di Montepò e Cotone: Il Castello di Montepò è costituito da
un'imponente villa fortificata con cinta muraria rettangolare, basamento a
scarpa e torri angolari, interamente in pietra. Con molta probabilità potrebbe
corrispondere all'antico castello di Montepaone, citato nel XII secolo. Nel XIV
secolo era sotto il dominio dei signori di Cotone, e nel XV secolo entrò a far
parte del territorio senese. L'aspetto generale esterno dell'edificio è in gran
parte di stile rinascimentale. Il castello, chiuso al pubblico, è di proprietà
privata. Un cancello impedisce di avvicinarsi alle mura: la vista migliore, che
consente comunque di valutare l'imponenza e l'unicità di questo monumento nel
contesto territoriale maremmano, resta quindi quella dalla strada.
Proseguendo la strada sterrata oltre Montepò si trova un percorso da seguire a
piedi che conduce ai ruderi del castello di Cotone, sulla cima dell'omonima
collina. Il Cotone fu un castello di notevoli dimensioni, documentato a partire
dal XII secolo. Fu dominato nel XIV secolo dalla famiglia senese Maggi del
Cotone, legati ai signori di Montorgiali. Si trattava di gruppi signorili
locali contrapposti agli Aldobrandeschi. Sul finire del XIV secolo i signori
del Cotone vendettero la giurisdizione del castello a Siena. Il castello fu
investito e semidistrutto nel 1385 dalla guerra fra Siena e le truppe del
ribelle senese Spinello Tolomei. Nonostante le devastazioni, il castello
conservò una comunità vivace almeno fino al XVII sec. Gli ultimi abitanti lo
abbandonarono tuttavia intorno alla metà del XVIII sec. per trasferirsi nel
villaggio di Polveraia.
Sulla cima della collina i possono riconoscere le tracce della cinta muraria,
delle tre porte e il cassero nella parte più alta all'estremità ovest.
ENOGASTRONOMIA
La tradizione enogastronomia del territorio di Scansano è caratterizzata dalle
produzioni vinicole tra cui in particolare il Morellino di Scansano e dall'olio
extra vergine di oliva. I piatti della tradizione, tutti a base di ingredienti
semplici, sono valorizzati dall'accompagnamento con gli ottimi vini locali.
I piatti del borgo:
Scottiglia
di agnello: Piatto tipico della vita contadina a base di pane toscano
raffermo, pomodoro, cipolla, carne di agnello, peperone, olio, sale, vino
rosso, aglio.
Zuppa di fagioli: La zuppa di fagioli è un piatto tipico della cucina
toscana. Può essere preparata con diverse varietà di fagioli e gustata calda
con pane appena abbrustolito e olio extravergine di oliva
FOLKLORE
SETTEMBRE - Prima domenica del mese: Festa e Mercatino della Creativita'
SETTEMBRE
- Ultima domenica del mese: Festa dell'Uva
SETTEMBRE
- Tutti i week end del mese: apertura cantine e degustazione morellino
e olio
Da MAGGIO a SETTEMBRE si svolgono sagre e fiere locali di enogastronomia
in tutte le frazioni del Comune di
Scansano: Murci, Pomonte, Pancole, Polveraia, Poggio Murella,
Montorgiali, Baccinello, Madrechiesa, Preselle.
L'Amministrazione
Comunale di Scansano, sempre impegnata a promuovere la conoscenza dei prodotti
agro-alimentari del territorio, organizza Settembre a Scansano
"MORELLINO E SAPORI D.O.C."
L'apertura
delle caratteristiche cantine, le conferenze, i convegni, ma anche opere d'arte
fanno sentire il forte legame tra il paesaggio di scansano ed i suoi prodotti.
SORANO,
LA CITTÀ DEL TUFO
Il borgo di Sorano sorge nella zona conosciuta come "la zona Etrusca dei Tufi"
Giungendo nel territorio di Sorano dalla pianura maremmana si ha la sensazione
di entrare in un altro mondo: l'erosione e lo sgretolamento dei tufi insieme
all'opera dell'uomo hanno creato un paesaggio unico al mondo, che trasporta il
visitatore nel tempo e fonde l'intera storia dell'umanità: enormi speroni in tufo
dalle forme più svariate e bizzarre seguono la valle del fiume Lente, e proprio
su uno di questi, perpendicolare alla valle come la barriera di una diga, sorge
Sorano. Il tufo con cui sono costruite le case ha assunto nei secoli lo stesso
colore della roccia su cui poggia il paese, così che oggi le case sembrano
scolpite nella pietra da un architetto naturale. Sul fondo della valle scorre
tranquillo il fiume Lente, con la sua fauna tra cui spiccano aironi e numerose
specie ittiche.
Al borgo
si accede tramite due porte che si aprono nella cinta muraria: una
settentrionale, in disuso, chiamata Porta dei Merli, sulla quale si notano gli
stemmi araldici di Cosimo II dei Medici e di Niccolò IV. Ai lati ci sono due
aperture dove un tempo scorrevano le catene del ponte levatoio. La porta sud,
detta Porta di Sopra conduce invece dalla piazza del Municipio al centro
storico.
Il borgo antico di Sorano si erge su uno dei tanti speroni tufacei che
fiancheggiano il fiume Lente. Le prime documentazioni storiche riguardanti
Sorano risalgono al III sec. a.C., epoca della conquista romana dell'Etruria.
Tuttavia i ritrovamenti di origine villanoviana nella vicina Pitigliano fanno
supporre un probabile insediamento primitivo anche nell'area soranese. Durante
l'epoca etrusca, come indicano gli scarsi ritrovamenti archeologici,
l'insediamento perse importanza a favore della vicina Sovana, fiorente centro
economico e politicamente dominante. Anche nel periodo romano, Sorano ebbe un
ruolo marginale nonostante il ritrovamento di numerosissimi
"colombari", che testimoniano un primo insediamento, sottoposto
tuttavia alla giurisdizione di Sovana, eretta a "municipium".
Nella valle, oggi Parco Archeologico, nascosti qua e là da boschi di querce,
castagni, carpini e lecci, i giganteschi massi di tufo sono forati da antiche
abitazioni rupestri e tombe etrusche, dove oggi trovano rifugio caprioli e
cinghiali. E oltre il verde delle fronde, oltre il sottobosco di ginestre dai
lilla, rifugio di istrici e volpi che in gran numero vagano liberi nel
territorio, morbide pianure terrazzate ospitano un'attiva vita agricola, con
vigne generose, orti e uliveti.
Le prime documentazioni storiche riguardanti Sorano risalgono al III sec. a.C.,
epoca della conquista romana dell'Etruria. Tuttavia i ritrovamenti di origine
villanoviana nella vicina Pitigliano fanno supporre un probabile insediamento
primitivo anche nell'area soranese. L'epoca etrusca, come indicano gli scarsi
ritrovamenti archeologici, deve essere stata ben più a favore della vicina Sovana,
fiorente e politicamente più importante. Anche della fase romana di Sorano non
si hanno grandi tracce, tranne il ritrovamento di numerosissimi
"colombari", che testimoniano un primo insediamento, ancora sotto la
giurisdizione di Sovana, eretta a "municipium". L'ingresso definitivo
di Sorano nella storia giunge molti secoli più tardi, quando il 9 ottobre 862
viene stipulata dall'imperatore Ludovico II la costituzione della Contea
Aldobrandesca, ed il paese acquista una crescente importanza, tanto da divenire
protagonista della storia locale e di tutta l'Italia centrale. Dal 862 al 1312
la contea soranese segue le sorti della famiglia Aldobrandeschi, impegnandosi
in sanguinose lotte di conquista e difesa. Il borgo partecipò del fasto della
famiglia, che nel 1221 vantava oltre venti vassalli disseminati in tutto il
territorio maremmano, e della famiglia vide la decadenza e la fine, che con la
morte di Margherita nel 1312, si estinse dopo ben 450 anni di dominio feudale. La contessa Margherita, unica figlia di Ildebrandino
di Guglielmo sposò Guido di Montfort conte di Leicester, vicario di una parte
guelfa del re Carlo d'Angiò in Toscana, ma per la caduta in disgrazia di
quest'ultimo fece annullare il matrimonio risposandosi ben cinque volte. I
cinque matrimoni, in parte legittimi ed in parte morganatici, le dettero una
sola figlia legalmente riconosciuta, Anastasia, che nel 1293 sposò Romano di
Gentile Orsini, portandogli in dote l'antico feudo. La prosperità degli Orsini,
antica e nobile famiglia romana, ebbe inizio dal nepotismo di papa Niccolò III,
Giovanni Gaetano Orsini, che fece dei suoi congiunti la più potente famiglia
romana. Sorano divenne il baluardo difensivo di questa famiglia, svolgendo un
ruolo fondamentale nei conflitti con la Repubblica di Siena, che nel 1417 fu
costretta a firmare, insieme a Pitigliano e Castell'Ottieri, un trattato dove
la contea dichiarava di sottomettersi alla sovranità dello stato toscano. Tale
patto fu rotto nel 555, anno in cui cadde la Repubblica di Siena per mano
fiorentina, e già nel 1556 Niccolò Orsini poté riaffermare la sua potestà sui
territori perduti. Lo statuto del Comune di Sorano stilato all'epoca
risulta di particolare importanza: la magistratura più elevata era costituita
dal Podestà, rappresentante lo Stato, affiancato dal Consiglio della Comunità,
formato da tutti i capifamiglia, dai Priori, eletti dal Consiglio e
dall'Auditore generale, rappresentante del conte. Le corporazioni, soprattutto
quella dei mugnai, rivestivano una così grande importanza nell'ordine
amministrativo che si intuisce facilmente la prevalenza dell'agricoltura
nell'economia del paese. Dopo la caduta della Repubblica di Siena i Medici, con
Cosimo I, si sostituirono ad essa, alternando il ruolo di alleati a quello di
dominatori. Durante questo periodo gli Orsini consolidarono le loro roccaforti,
compresa la Rocca di Sorano, rendendola un mirabile esempio di architettura
militare, nonché un potente mezzo di difesa. Per la sua posizione strategica di
difesa che Sorano occupava, fu più volte attaccata non soltanto da eserciti di
guerra, ma anche dalle armate spinte dalle lotte intestine alla famiglia
Orsini, come Alessandro contro Niccolò IV, e furono tante le battaglie
combattute sul suo territorio che Cosimo I la definì: "lo zolfanello delle
guerre in Italia". Le continue guerre che videro la partecipazione degli
Orsini distrussero l'economia di Sorano e la stessa famiglia, che si estinse
nel 1604 con la morte di Alessandro di Bertoldo, consegnando Sorano alla
giurisdizione dei Medici, ormai in decadenza, che vi governarono senza apporre
cambiamenti lasciando nel 1737 la successione al governo della Toscana alla
casa austriaca dei Lorena.
I Lorena trovarono queste terre sconvolte dalla malaria, che dalle zone
costiere si era propagata sempre più internamente. A Sorano, come in altre
comunità della Maremma, si produceva il salnitro, necessario per la
preparazione della polvere da sparo. Tuttavia era scomparsa l'industria del
cuoio, non vi erano ferriere nè fabbri, e la lavorazione delle ceramiche era
notevolmente diminuita. Un ispettore dei Lorena nella metà del XVIII sec.
proponeva l'installazione di una fabbrica di cera per rivitalizzare l'economia,
dato che mentre mancava in tutta la Maremma una fabbrica di tale importante
materiale. Sotto il Granducato, illuminato e innovativo, Sorano conobbe un
nuovo periodo d'oro, con un notevole incremento demografico. Fu probabilmente
per questo che nessun soranese partecipò a guerre di indipendenza, nè alla
guerra per l'Unità d'Italia, anche se nel Plebiscito del 15 Marzo 1860 i
soranesi votarono compatti per l'Unione, e Sorano divenne parte dei venti
comuni della provincia di Grosseto.
All'inizio del '900 gli abitanti vennero trasferiti in massa e il paese
abbandonato a causa dei rischi causati dall'erosione dello sperone in tufo.
Negli anni successivi opere di ristabilimento della roccia hanno consentito il
ritorno della popolazione e la ripresa della vita del borgo.
ARTE
& STORIA
Visitando
il borgo, passando dalla fortezza, si ha l'impressione di entrare in
pieno medioevo.
Con la successione del dominio degli Orsini a quello Aldobrandesco e il quasi
contemporaneo declino di Sovana, Sorano divenne uno dei centri principali
dell'area e il caposaldo di questa potente famiglia potente famiglia. Ancora
oggi tutto l'abitato si estende fra la Rocca degli Orsini, di origine
trecentesca ma completamente ristrutturata nel 1552 da Niccolò Orsini IV°, e il
Sasso Leopoldino, rupe fortificata nel '700 con l'innalzamento di mura e di un
bastione quadrato. La rocca è considerata uno degli esempi più riusciti di
architettura militare rinascimentale. Andando verso il borgo dominano i suoi
due poderosi bastioni angolari, uniti da una cinta muraria al centro della
quale si apre la porta principale, sormontata da uno stemma in marmo degli
Orsini e da un massiccio torrione quadrato.
Anche sul bastione occidentale, San Pietro, spicca un grande stemma marmoreo.
Superate queste imponenti opere difensive ci si addentra nella corte interna,
dove sorgono i resti del nucleo più antico della rocca, un torrione rotondo nel
quale sono ancora visibili le tracce del ponte levatoio. Qui si trovava la
residenza del Podestà e i locali per la guarnigione. La roccaforte era
completata da tre ulteriori fortini posti sui colli vicini, dei quali non
restano tracce. Recentemente la rocca è stata oggetto di opere di restauro, che
hanno riportato alla luce un ciclo di affreschi cinquecenteschi di scuola
senese.
Il complesso sorge su uno sprone tufaceo, a difesa del sottostante paese
sull'unico lato facilmente accessibile. All'interno della Fortezza si
riconoscono tre nuclei di epoche diverse: la Rocca medioevale, la cortina, i
bastioni ed il mastio rinascimentali ed un edificio dei primi anni del '900. La
struttura più antica, identificabile con la rocca degli Aldobrandeschi, è
localizzata nell'area settentrionale della Fortezza, separata dalla grande
piazza interna tramite un profondo fossato scavalcato un tempo da un ponte
levatoio.
Il lato sud trova il suo fulcro nella porta-torre circolare, tipica nella
Toscana Meridionale. Nella seconda metà del XVI secolo vennero realizzate
modifiche, tra cui la costruzione di una torre occidentale direttamente sul
dirupo. Dello stesso periodo sono alcuni corpi di fabbrica che aumentarono
l'ala meridionale. Queste aggiunte sono riconoscibili dalla morfologia delle
aperture e dalla omogeneità delle tecniche costruttive.
La
costruzione della fortezza rinascimentale si deve all'iniziativa di Giovanni
Francesco Orsini che, come attestano gli stemmi e le iscrizioni sui bastioni di
S. Marco e di S. Pietro, portò a compimento tutto il perimetro bastionato,
comprendente anche l'imponente mastio di accesso alla grande piazza interna.
Con queste aggiunte si voleva trasformare la fortezza secondo le nuove tecniche
imposte dall'avvento delle armi da fuoco. I lavori furono ultimati da Niccolò
IV, nel 1553, come attesta l'epigrafe inserita sopra l'accesso alla
"Fortezza vecchia", venne concluso il restauro dell'antico forte
aldobrandesco a cui fu aggiunto anche il torrione orientale, utilizzato come
alloggio per le truppe. Venne inoltre chiuso il portico che si affacciava sulla
piazza superiore e venne trasformato in cappella. Tramite una scalinata dalla
piazza si accede ad una terrazza che domina il paese e su cui si affaccia il palazzo
comitale.
Dello
stesso periodo è la realizzazione di un accesso che collega direttamente la
fortezza al paese sottostante. Anche questo percorso doveva essere difeso,
perché le rivolte della popolazione erano assai frequenti. Per accedere al
cassero si doveva passare attraverso un portale munito di triplice serie di
serrande ferrate che immetteva su una gradonata coperta. Questa si affacciava
sull'abitato per mezzo di alti finestroni e pilastri inviolabili. Nonostante la
solidità della costruzione, alla presenza di molte torri sporgenti, alla
consistenza della sua notevole mole rinforzata da un imponente muro a scarpa,
la rocca medioevale con i lavori di Niccolò IV perse il suo aspetto minaccioso
per elevarsi al rango di palazzo comitale, soprattutto per la profusione di
armi, per le molte finestre scolpite, la varietà dei ballatoi e degli archi
superstiti e per la presenza di affreschi nell'antico studio del conte. Per
quanto riguarda la costruzione della fortezza rinascimentale possiamo
certamente riconoscere nella pianta trapezoidale un tentativo sperimentale di
costruzione bastionata. Infatti i dati dimensionali della rocca corrispondono
con quelli giudicati ottimali dalla trattatistica militare della prima metà del
'500.
Dopo
aver attraversato la fortezza nei suoi tenebrosi sotterranei ricchi di
trabocchetti e ingegnosi trucchi di architettura bellica e il museo, la via
selciata conduce nel cuore del centro storico.
Ogni
casa ha la sua personalità, la sua storia, con i muri decorati da archi e aperture
di varie forme realizzate in diverse epoche e poi successivamente chiuse, o
riadattate. Nicchie, archi, camini di ogni dimensione, travi ricavate da alberi
secolari, vecchi pavimenti, talvolta antichi affreschi, stanze comuni tra più
case collegate da scalette in legno o in muratura, vani spesso scavati nella
roccia tufacea, o ricavati da grotte, talvolta collegati fra loro in un dedalo
di passaggi sono parte integrante degli interni dell'abitato.
Il
sottosuolo tufaceo di Sorano è traforato da antiche tombe, trasformate in
cantine, e da innumerevoli cunicoli, i più lunghi dei quali conducevano al
fiume, alla fortezza o ad altri cunicoli non del tutto esplorati. Ogni casa ha
la sua cantina, che sprofonda anche fino a cinquanta metri nella rocca
che sostiene il paese. Prima della vendemmia, quando si vuotano e puliscono le
botti, ogni cantina si apre e fino alla "svinatura" le vie del borgo
sono ricche di opportunità per gli amanti del vino. Le cantine soranesi non
sono solo il luogo in cui si fa il vino, si seccano le erbe aromatiche, si
conserva olio, legna e verdure, e dove un tempo si gettava nei
"butti" stoviglie rotte o "appestate". La cantina è anche
il posto dove gli uomini s'incontrano dopo le fatiche della giornata, dove si
fanno affari e si consolidano amicizie. La cantina è il vero cuore di Sorano.
Al centro del borgo medioevale di Sorano sorge l'antica Chiesa di San
Niccolò, costruita da maestranze senesi tra il 1290 e il 1300 su incarico
della contessa Margherita. La costruzione antica è irriconoscibile per i molti
rifacimenti ottocenteschi che ne hanno alterato il carattere originario. Nel
suo interno questa chiesa conserva un crocifisso ligneo del XVII sec. che
Cosimo III dei Medici donò alla collegiata di Sorano, un pregiato ciborio in pietra
scura ed una tela rinascimentale di Raffaello Vanni. Gli spessi stucchi
barocchi hanno trasformato il paramento primitivo un tempo probabilmente
costituito da filari di tufo.
La necropoli di San Rocco: Poco distante dall'abitato si trova la
necropoli di San Rocco. La necropoli è situata lungo il costone tufaceo che
delimita la valle del fiume Lente. È raggiungibile seguendo la strada
provinciale che congiunge Sorano a Sovana. Per arrivarci è necessario superare
il fiume e risalire una delle Vie Cave scavate nel tufo. La necropoli è
costituita da tombe a camera scavate nel tufo risalenti al III-II sec. A.C.
La
valle della Calesina: Un'altra importante testimonianza del periodo etrusco si
trova nella La valle della Calesina. Nel gennaio del 1950, durante la
costruzione della nuova strada che doveva collegare Sorano con l'Elmo vennero
alla luce, sul costone nord-orientale del "pianetto" di Sorano, sulle
rive del torrente Calesina, numerose tombe ad ipogeo facenti parte di una
grande necropoli etrusca. Tali tombe erano disposte su più piani adiacenti
l'una all'altra e sistemate a livelli omogenei, con profondità maggiore o
minore a seconda della friabilità del tufo.
Durante
la campagna di scavi vennero scoperte 23 tombe, alcune già depredate dei loro
corredi, che si estendevano su un lungo tratto del costone. Tutti gli oggetti
ritrovati sono stati lasciati in custodia ai proprietari del terreno. Le tombe
sono costituite da una cameretta quadrangolare di dimensioni variabili, con due
banchine per la deposizione del cadavere e del corredo funebre. A questa camera
si accede per un breve dromos a trincea con le pareti tagliate nella roccia che
conduce ad una parte bassa, superiormente scolpita rozzamente ad arco,
rinchiuso con un muretto di blocchi irregolari di tufo. Oltre la porta, dal
dromos, continua nella cameretta un piccolo canale per la raccolta dell'acqua.
Le tombe sono generalmente prive di elementi architettonici, e solo in un caso
il soffitto imita una copertura a doppio spiovente con trave centrale.
Dal Rinascimento in poi era tipico che le tombe venissero depredate e il
corredo venduto ai ricchi nobili. Nel 1939 venne emanata una legge che vietava
la dispersione del patrimonio archeologico nazionale.
Parco Archeologico Città del Tufo: Inaugurato nel 1998, il Parco
Archeologico "Città del Tufo" offre al visitatore la possibilità di
vedere ed interagire con un paesaggio rimasto intatto e caratterizzato dalla
roccia vulcanica che dà il nome al parco, incisa da profondi valloni, ricchi di
vegetazione, dai quali emergono rupi isolate e assolate, spesso erose dagli
agenti atmosferici con forme di singolare bellezza. Altrettanto particolare
risulta il rapporto dell'uomo con questo territorio sin dalle epoche più
antiche. Le prime frequentazioni dell'area risalgono alla preistoria e si
sviluppano senza soluzioni di continuità sino ad oggi, con forme e architetture
mediate e arricchite dai tufi. Di certo la fase storicamente più interessante è
quella etrusca che ha il suo apogeo a Sovana (successivamente patria di
Ildebrando da Sovana, meglio conosciuto come Papa Gregorio VII) riconoscibile
soprattutto nelle sue circostanti necropoli contraddistinte da numerose tombe
monumentali tra le quali si ricordano l'Ildebranda (che deve il nome ad una
dedica fatta per ricordare il cittadino più illustre del paese), la Pola, il
Sileno, la Pisa e la Sirena. Il
Parco è visitabile partendo dal Centro Visite di Sovana, nello
storico Palazzo del Pretorio. Le necropoli rupestri, raggiungendo poi le vicine
necropoli etrusche, proseguendo poi per l'insediamento rupestre medievale di
San Rocco (punto panoramico di notevole bellezza), raggiungendo Sorano e la Fortezza Orsini che ospita il
Museo del Medioevo e del Rinascimento (qui è possibile visitare, accompagnati,
i suggestivi camminamenti sotterranei) e da qui proseguire per l'insediamento
rupestre di Vitozza che consta di circa 200 grotte utilizzate in passato e oggi
aperte al pubblico. Sempre a Vitozza vengono organizzati campi scuola
archeologici e ambientali con esercitazioni sul campo compresa l'attività di
scavo.E' possibile usufruire inoltre del servizio didattico e di guida, del
servizio equestre (passeggiate a cavallo) e del volo in mongolfiera, il tutto
su prenotazione.
Museo di Malacologia Terrestre:Per la sua singolarità, il Museo di
Malacologia Terrestre, ospitato in un antico edificio del secolo XI, può
considerarsi unico in Italia. Fu fondato nel 1988 dall'Associazione
Malacologica Internazionale, con sede a Roma, ed è il risultato di anni di
ricerche e di studi sui rapporti tra molluschi terrestri, piante e ambiente,
con particolare riferimento alle aree montane e ai corsi delle acque interne.
L'esposizione presenta quattro grandi spazi espositivi suddivisi per aree
geografiche. La collezione, oltre alle vetrine con le conchiglie dei molluschi
terrestri, comprende grandi terrari e acquari con esemplari vivi. In
particolare, sono presenti conchiglie di molluschi provenienti dalle foreste
tropicali, dai fiumi, dai laghi, dagli stagni, dalle zone aride e boschive di
tutto il mondo. Si segnalano rari esemplari, tra cui alcuni estinti e altri
reperibili solamente in forma subfossile.
FRAZIONI
Sovana:
È difficile dire se siano i ricordi etruschi o quelli medievali a prevalere
nella piccola Sovana. Se la presenza etrusca è testimoniata dalla necropoli, il
centro storico è tutto medievale: edifici religiosi e civili concentrati in
così poco spazio dimostrano l'importanza in epoca feudale di questa città
costruita su un masso di tufo, ai confini con il Lazio. Sembra impossibile che
un borgo di poche case attraversato da una sola strada sia stato un tempo una
città, sede principale di una vasta contea, presidio fortificato, luogo natale
di un Papa. Sovana è tutta compresa tra la Rocca e il Duomo.
Della Rocca aldobrandesca, inserita nella cinta muraria medievale, restano
possenti ruderi. Costruita nell'XI sec. e restaurata dai Senesi e dai Medici,
era dotata di cunicoli sotterranei che comunicavano con le porte di Sovana.
Persa la sua importanza militare, la rocca venne smantellata nel XVII sec. Alla
sua base, vicino alla porta, sono visibili blocchi di mura etrusche del VI sec.
a. C, e fu eretta probabilmente nei secoli sul luogo dei precedenti fortilizi
etruschi e romani. Nonostante il rilievo che la località ha sempre avuto, soprattutto
a livello istituzionale, notizie certe e documentate si trovano solo dal sec.
XIII quando viene nominata come castello inserito nel territorio degli
Aldobrandeschi. L'aspetto attuale della fortificazione è quello che le fu dato
dopo il restauro del 1572, con l'aggiunta di bastionatura e di un mastio dotato
di ponte levatoio e di un profondo fossato.
Dalla
porta della Rocca ci si immette in via del Pretorio e quindi nella piazza
centrale, su cui si affacciano le mura perimetrali di S. Mamiliano, la più
antica chiesa della città costruita nel IV sec. d. C. sui resti di un edificio
etrusco e romano, il Palazzo Bourbon Del Monte, appartenuto ai marchesi
omonimi, con facciata rustica e ampio porticato del XVI sec. E l'attigua Chiesa
di S. Maria del XII sec., che conserva impronte romaniche e gotiche, affreschi
cinquecenteschi, due cippi romani e soprattutto uno splendido ciborio
preromanico, unico in Toscana. La piazza, è circondata dal duecentesco
Palazzetto dell'Archivio con campanile a vela e torre dell'Orologi, il Palazzo
Pretorio del XIII sec. restaurato dai Senesi, i cui stemmi campeggiano sulla
facciata accanto a quelli dei Medici, e infine la Loggia del Capitano con lo
stemma di Cosimo I. Oggi isolato dal resto del paese, il Duomo si erge sul
lembo occidentale dello sperone di tufo che domina la valle della necropoli.
Presenta più stili, lombardo, romanico e gotico, corrispondenti alle diverse
fasi della sua costruzione. Pregiate le sculture su cornici e capitelli, in
particolare quelle del portale e della lunetta posta sull'ingresso principale. Si
accede al Duomo attraverso un ingresso laterale di rara bellezza: si tratta di
un portale in marmo bianco recante sofisticate decorazioni in bassorilievo
rappresentanti elementi vegetali e animali, precedenti al periodo del
cristianesimo. L'interno della chiesa è suddiviso in tre navate con volte a
crociera ed archi a tutto tondo tipici del periodo romanico. I pilastri
policromi cruciformi separano le tre navate e recano nei capitelli interessanti
sculture attribuibili alla scuola lombarda del sec. XI. Nel 1434, anno della
pace tra Siena e Sovana, la chiesa viene dotata di un fonte battesimale in
travertino intagliato. Successivo è il ciborio in rame dorato ed argentato,
oggi conservato a Pitigliano, attribuito alla scuola fiorentina donatelliana.
In seguito la chiesa venne arricchita di una tavola scolpita detta "arca
di San Mamiliano", Patrono di Sovana. Infine nei primi decenni del XVI
sec. si aggiunge il più grande ciborio architettonico in legno dorato della
Toscana del sud.
La
raccolta atmosfera medievale di piazza del Pretorio, il ciborio in S. Maria e
il portale della cattedrale non esauriscono le emozioni di una visita a Sovana.
La calda tinta del tufo scavato e tornito dalle acque, le querce verdeggianti,
i fitti cespugli nelle forre e nei valloni quasi nascondono alla vista la più
importante necropoli etrusca rupestre, costituita da una grande varietà di
tombe (a camera, a dado, a edicola, a fossa, a tempio) e da un dedalo di vie
cave scavate nella roccia. Risalgono agli inizi del III sec. a.C. i monumenti
funebri più belli, come le grandi tombe Pola e Ildebranda, che riproducono un
tempio etrusco di età ellenistica. Nel folto della boscaglia vi sono tombe a
camera incuneate nel costone di tufo. Famosa è la tomba a edicola della Sirena,
sul cui arco è scolpita la figura del defunto, giacente sul letto conviviale,
con alla sinistra Vanth, la dea etrusca della morte con coda di pesce,
recuperata in frammenti ed esposta al Museo Archeologico di Firenze. La
chiesa di Santa Maria risale al XII-XII sec. Si affaccia sulla piazza del
paese di Sovana di fronte al palazzo Pretorio. Si accede alla chiesa dalla
piazza attraverso un entrata laterale. L'interno è suddiviso in tre navate
separate da pilastri poligonali. Al posto dell'altare si trova un ciborio
preromanico in marmo bianco finemente decorato e di ottima fattura. Gli
affreschi rinascimentali che decorano la cappella e la nicchia sono attribuiti
alla scuola senese.
La
necropoli rupestre di Sovana. La necropoli di Sovana è sicuramente una
delle testimonianze più suggestive che ci ha lasciato il popolo etrusco. Le
tombe sono riferibili ad una popolazione che risiedeva nella vicina Suana tra
il VII ed il I sec A.C. Le tombe più antiche hanno forme semplici e numerosi
loculi. Le tombe più artistiche sono quelle realizzate tra il III ed il II sec
A.C. quando Suana aveva acquistato una notevole predominanza economica nella
zona. Colombaro a lacunari. Si
trova sul costone del dirupo che si affaccia verso la valle Bona. La camera sepolcrale
di questa tomba ha il soffitto a cassettoni e le pareti, utilizzate in epoche
sono costituite da piccole cellette di forma quadrata, utilizzate nei secoli
successivi come colombari. Anche la pianta originariamente a forma di croce
greca ha subito una modifica nell'arrotondamento di uno dei 4 lati. Tomba
del Sileno. Si trova nei pressi della Rocca Aldobrandesca ed è datata
intorno al III-II sec A.C. Tomba monumentale ad edicola, è l'ultima tomba
scoperta a Sovana, composta da un dromos e da una camera sepolcrale con un
monumento funerario scavato nel tufo. La morfologia denuncia una influenza
ellenistica, e difatti di monumenti funebri ad edicola rotonda si trova solo
questo in tutta l'Etruria. Il nome deriva dal ritrovamento di un antefissa in
tufo rappresentante un Sileno. Fondamentale il ritrovamento del corredo
funebre, l'unico ritrovato intatto in una tomba di questa necropoli. Costone
della Folonia. Quest'area della necropoli è la più tardiva, sfruttata
intorno al II-I sec. A.C. e marginale rispetto al resto della necropoli: vi si
trovano tombe a fossa ed a dado, ma prive di particolari di rilievo.
Oratorio rupestre paleocristiano. Si trova proseguendo la Via Cava che dalla Rocca arriva al Fiora.
Forse un'antica tomba riutilizzata come luogo di culto, è composta da una
grotta sulla cui volta è scolpita una grande croce. Nella parete di fondo si
trova ciò che rimane di un abside e di un piccolo altare scavato nel tufo. Le
pareti laterali mostrano la presenza di sedili anch'essi scavati nella roccia.
Sotto il pavimento c'è una cavità colmata da detriti. La presenza nei pressi di
questo oratorio di tracce di affreschi testimonia l'uso di questo luogo fino al
XIV-XV sec.
Tomba della Sirena. Insieme alla
tomba Ildebranda è la tomba più famosa della necropoli di Sovana.
Vi si
arriva da un sentiero che dalla strada provinciale attraversa il torrente
Colonia. La facciata di questa tomba a edicola ripete lo schema della facciata
della casa etrusca, e sopra la porta si trova il frontone che è decorato con
sculture ad altorilievo rappresentanti una sirena, divinità infernale etrusca
che stringe tra le sue due code due giovanetti. Per la ricchezza delle
decorazioni che raccontano aneddoti della vita del defunto viene considerata un
vero e proprio monumento funebre.
Via
cava di San Sebastiano. Si tratta di una delle vie cave etrusche che
collegavano l'altopiano di Tollena con la vallata del Fiora. Il nome deriva
dalla presenza di una chiesa posta proprio allo sbocco nella vallata. Il
sentiero, interamente coperto di vegetazione, è posto in una profonda gola su
cui si affacciano alcune antiche tombe.
Tomba
Pisa.
Il nome deriva dalla scoperta effettuata da alcuni ricercatori dell'Università
di Pisa. Si tratta di una tomba a camera risalente al III sec A.C. dalla
particolare pianta irregolare composta da ben nove camere comunicanti. Per la
sua conformazione e i ritrovamenti di epoche diverse si suppone sia stata
utilizzata da più generazioni. Tomba Ildebranda. Senza dubbio la tomba
più famosa di tutta la necropoli. Fu scoperta nel 1924
dai fratelli Rosi, che non la intestarono al cittadino più noto della zona, il
pontefice Ildebrando da Sovana, ossia Gregorio VII. Eretta tra il III ed il II
sec. A.C. si tratta di una tomba a tempio composta da due parti distinte
interamente scavate nel tufo: la camera sepolcrale ed il monumento funebre. Il
monumento era composto da due scalinate che conducevano al podio su cui
trovavano alloggio numerose colonne rastremate e scanalate. Le colonne
sorreggevano un importante fregio decorato con elementi vegetali e animali. I
capitelli invece presentavano una raffinata decorazione antropomorfa e
floreale. Per rendere più fine la decorazione si notano residui di stucco
colorato, a testimonianza della ricchezza di tale monumento. Tomba del
Tifone. È una tipica tomba ad edicola risalente al II sec A.C. scavata nel
tufo. Il nome deriva dalla decorazione presente all'interno del timpano. Via
del Cavone. Si tratta della più grande e suggestiva Via Cava di Sovana, che
collegava la città con i contrafforti dell'Amiata. Se osserviamo le pareti
notiamo come nei secoli si sia abbassato il fondo stradale: alla sommità si
trovano tombe etrusche, a metà circa si notano delle nicchie probabilmente
medioevali. Su una delle pareti si nota anche una bella iscrizione etrusca con
raffigurata una croce uncinata, antico simbolo del sole. Cerreto:
L'importanza di questa frazione è dovuta alla presenza di un santuario sorto
dopo l'apparizione della Madonna ad una pastorella del luogo, la cui prima
pietra venne posta nel 1857. Negli anni seguenti il Santuario si venne a
trovare in condizioni di semiabbandono, e per il recupero vi fu affiancato nel
1992 un monastero di Carmelitane di clausura. Il Santuario, rinnovato dentro e
fuori, è stato arricchito da una porta d'ingresso in bronzo, con sette
formelle, opera dello scultore Egidio Ambrosetti da Agnani.
Elmo
e Montebuono: Furono un feudo che il granduca Cosimo III eresse in Contea
col titolo di Ermo al vivo, nel 1701, e concesse ai nipoti del vescovo di
Montepulciano. Come tutti gli altri feudi del Granducato di Toscana venne
soppresso con la legge del 29 aprile 1749. Qui si ricorda l'Abbazia di
Montecavallo dove sembra abbia soggiornato Papa Gregorio VII. A pochi
chilometri da Elmo si trova la frazione di Montebuono, con il suo castello del
XII sec, di cui rimangono tracce della cinta muraria. Solo a occidente, dove
probabilmente vi era una delle porte di accesso, si conserva un tratto di mura,
in rustico pietrame. Entrato a far parte dei domini ursinei fu espugnato dai
senesi nella guerra del 1416. A ridosso della
chiesa di Montebuono, tracce di edifici demoliti affiorano nei campi. Montevitozzo:
È la più elevata frazione di Sorano, quasi a mille metri sul mare., nell'alta
valle del torrente Stridolone. Fu l'estremo avamposto degli Aldobrandeschi e
della contea Ursinea, come dimostrano i resti della "Roccaccia". Del
Castello medioevale degli Aldobrandeschi rimangono solo alcune tracce ad
indicare la strategica posizione che consentiva alla Signoria locale il
controllo del proprio territorio addirittura fino al mare. Per la sua posizione
strategica il castello fu al centro di duri conflitti tra gli Aldobrandeschi ed
il Comune di Orvieto, che lo governò fino al 1284. Dopo la conquista senese il
castello passò agli Orsini di Pitigliano e seguì poi le sorti di questa contea.
Il castello domina su un panorama stupefacente dove il passato attestato dai
ruderi si mescola al meraviglioso paesaggio che nelle giornate limpide arriva
fino alla costa maremmana.
Castell'Ottieri:
Il paese sorge a nella vallata del torrente Stridolone. Fu un feudo di un
valvassore di stirpe germanica, sceso in Toscana al seguito del Duca Guelfo.
Per un lungo periodo rimase sotto il dominio dei signori locali, ma venne
rivendicato dalla Repubblica di Siena che nel 1475 ne ottenne l'atto di
sottomissione. Quando Siena venne attaccata dagli eserciti congiunti di Firenze
e di Spagna, gli Ottieri riottennero i diritti e promulgarono un nuovo Statuto
nel 1551. Nel 1616 il feudo venne venduto ai Medici e successivamente aggregato
al comune di Sorano dal granduca
Pietro Leopoldo di Lorena. All'estremità sud-ovest del paese, a difesa
dell'unico accesso, vi è la Rocca, una costruzione quattrocentesca realizzata
in tufo, ad impianto quadrangolare intorno al quale si articola la complessa
costruzione dotata di un secondo torrione circolare e di un avancorpo a ridosso
della porta di accesso. Nel torrione si trovano cinque aperture. Nell'avancorpo
che fiancheggia il torrione sono posti tre stemmi gentilizi al disotto dei
quali si trova una cordonatura che separa la base a scarpa. Dell'antica cortina
muraria rimangono solo alcuni tratti. La Chiesa di San Bartolomeo si
trova nella piazza del paese, e fu fatta costruire nel 1490 da Sinolfo degli
Ottieri, tesoriere di Sisto IV. Ha un impianto a croce latina con tre cappelle
per ogni lato finemente decorate con affreschi dedicati alla Madonna
attribuibili ad artisti senesi.San Quirico: Anticamente chiamato San
Quirichino per distinguerlo da San Quirico d'Orcia, è la più popolosa frazione
del comune di Sorano. Una mulattiera conduce alle rovine del castello
medioevale di Vitozza. Il suo passato è trascorso tra l'autorità Orvietana, i
Baschi e l'influenza degli Orsini. L'importanza di Vitozza è stato il
ritrovamento del più interessante insediamento rupestre dell'Italia Centrale,
costituito da più di 200 grotte adibite fin da epoche remote, e fino alla metà
del '700, ad abitazioni.
ENOGASTRONOMIA
La tradizione enogastronomia del territorio di Sorano è caratterizzata dalle
produzioni vinicole dall'olio extra vergine di oliva e dalla produzione di
formaggi e salumi. Questi ultimi costituiscono un elemento irrinunciabile della
cucina tradizionale e vengono valorizzati dall'accompagnamento con gli ottimi
vini locali.
I Piatti del Borgo: L'acquacotta, considerata un tempo un piatto
povero, servono tre cipolle, foglie e gambo di sedano, passata di pomodoro,
olio di Sovana, sale e peperoncino, 40 grammi di formaggio
pecorino grattugiato, quattro uova e pane toscano raffermo.
FOLKLORE
Seconda domenica di ogni mese: Mostra dell'antiquariato, Sorano
27
APRILE: Festa
di S. Mamiliano (Festa religiosa), Sovana
MAGGIO: Festa di
primavera (Musica e prodotti tipici), San Giovanni delle Contee
24
MAGGIO:
Festa della Madonna del Cerro (Festa religiosa e paesana), Montebuono
GIUGNO: Settimane
soranesi (cantine aperte), Sorano
29
GIUGNO:
Festa della Calamita, Sorano
24
LUGLIO:
Festa dell'Afa, S. Valentino
5-8
AGOSTO:
Festa della birra "A tutta birra", S. Quirico
8-15 AGOSTO: Mostra Mercato prodotti
artigianali (Esposizione e vendita prodotti tipici), Sorano
16-17
AGOSTO:
Festeggiamenti popolari (Festa paesana), Sorano
AGOSTO: Feste paesane in
diverse frazioni del comune (Castell'Ottieri, Elmo, Montevitozzo, Sovana)
Seconda
settimana di AGOSTO: serata a tema con cena medievale - Castell'Ottieri
SETTEMBRE: Feste paesane e
religiose in varie frazioni (Sovana, Montorio, Montebuono etc...)
6
DICEMBRE: Festa di S. Nicola (festa religiosa), Sorano
Ultima settimana di DICEMBRE e prima di GENNAIO: Presepe itinerante per
tutte le frazioni.
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